di Giovanni Bellotti
Tra le manifestazioni che si sono susseguite e vanno ancora svolgendosi in Italia per il centenario dei Mille e per gli altri eventi che portarono all’unità della Patria ha un posto per noi importante la Mostra del Risorgimento allestita dal Comune e dalla Provincia di Parma dal 15 maggio al 15 giugno del 1960.
Nel settembre ultimo si era tenuta una solenne commemorazione del 59: l’anno dopo le cose sono state fatte più in grande e con la Mostra “ si è inteso raccontare visibilmente il più bel romanzo della storia dell’Ottocento ».
Nell’ampia documentazione proclami, appelli, ritratti, carte geografiche, divise, corrispondenze di Stato e private non poteva mancare, ovviamente, il nome di Pontremoli, quale parte degli Stati Parmensi nel decennio che fu risolutivo al raggiungimento della agognata unificazione. A segnare la sua importanza nel momento conclusivo, anche se nelle polemiche intercorse quando Parma perdette Guastalla ricevendo in cambio il territorio pontremolese, questo venne gratificato del poco simpatico appellativo di “sassi annessi» o «рochi sassi”, basterà ricordare l’inclusione del nostro Marchese Gian Carlo Dosi nella Delegazione incaricata di recare a Vittorio Emanuele il Decreto votato dall’Assemblea dei rappresentanti del Popolo, consacrante i risultati del Plebiscito, delegazione che davanti al Re ebbe a portavoce Giuseppe Verdi. Era il 15 settembre 1859. Il Dosi era deputato della provincia di Pontremoli a detta Assemblea insieme all’avv. Camillo Coppini, al Dottor Girolamo Giuliani e al Dottor Francesco Raffaelli. Ma non intendo qui ripetere cose che i nostri valorosi storici Manfredo Giuliani e Pietro Ferrari hanno illustrato con la competenza che è loro universalmente riconosciuta.
Il mio assunto si limita ad un punto particolare che spesso rimane un po’ in sordina.
L’opuscolo che illustra la Mostra dalla quale ho preso le mosse dice a un certo punto (pag. 4):
“Ci sia consentita una annotazione, ed è quanto interessanti e degni di nota sono i rapporti di cordiale collaborazione tra il clero e i parmigiani in quei tempi. La Guardia Nazionale nel 1846 presta giuramento in Duomo: in Duomo nel 1859 viene pubblicato il rogito. raccolto da due Notai, nel quale sono consacrati i risultati del Plebiscito: la Cattedrale come le antiche Basiliche romane delle quali ha la struttura, è luogo di riunione del popolo per ogni sua manifestazione. La raccolta delle firme per il plebiscito del 1859 vien fatta nelle parrocchie, dove il popolo si reca per dare il suo voto, e i parroci autenticano le firme. Questa intima unione tra fede patriottica e fede religiosa commuove ancora i nostri animi ».
L’egregio Avv. Arturo Scotti, che ha presieduto all’allestimento della Mostra e ha dettato l’opuscolo, disse queste cose anche al momento dell’inaugurazione.
Il mio pensiero naturalmente è corso subito a riconsiderare come si era comportato il clero a Pontremoli in quel periodo carico di storia. E’ noto come il baratto stipulato segretamente a Firenze nel 1841 che assegnava l’alta Lunigiana al Duca Carlo Lodovico di Borbone quando sarebbe succeduto a Maria Luigia e i maneggi che vennero dopo incontrassero una resistenza fieramente avversa a Parma, il cui governo ducale era considerato più restio della Toscana alle riforme e ad un regime consono ai nuovi tempi. Primeggiava allora il “focoso e battagliero », come lo definisce il Ferrari, Don G. Matteo Farfarana, rettore della parrocchia urbana di San Colombano, seguito da parecchi sacerdoti, specie dello zerasco. Quella resistenza dovette poi cedere e molti si adattarono al nuovo dominio. Ma non mancarono brucianti esecrazioni per i sistemi usati dai Borboni, protetti dall’Austria, con la odiosa pena del bastone, e continuò l’azione dei patrioti per la riscossa.
Già nel ’48 questi guardavano al Piemonte, ma nel ’59 l’orientamento verso di esso era generale e il clero. almeno nella parte più viva, era vicino al popolo, pur nell’alternarsi di illusioni e delusioni e negli alti e bassi dell’entusiasmo.
Un’ulteriore testimonianza dei suoi sentimenti appare anche da un solenne rito celebrato in Cattedrale il 15 luglio 1859 per i “prodi caduti sui campi lombardi per la redenzione dell’Italia”. La cerimonia dovette essere veramente straordinaria se si considera che per darne relazione venne pubblicato uno speciale supplemento alla “Gazzetta di Parma” del giorno 21 successivo.
E’ da questo supplemento, capitatomi tra le mani durante le min spigolature, che tolgo le notizie che seguono, limitandole all’essenziale.
Alla funzione era presente il Vescovo diocesano Mons. Michelgelo Orlandi col clero, l’intendente della Provincia di Pontremoli Dottor Stefano Massari (subentrato come delegato di Sua Maestà al Commissario Straordinario Dottor Girolamo Giuliani su nomina del conte Pallieri, governatore di Parma), altre autorità. Ia Guardia Nazionale. i Reali Carabinieri Sardi e cittadini di ogni ordine e ceto La Cattedrale era addobbata “a funebre rito” , e “dai Filarmanini di questa città veniva abilmente eseguita una bella Messa di Requie scritta dal Maestro Pietro Gio: Parolini “.
Ma per il mio intento sono da porsi in rilievo le iscrizioni stilate per l’occasione e che riporto per intero.
Sulla porta del tempio si leggeva:
ESEQUIE DEI PRODI
CHE
NELLA GUERRA DEL 1959
SACRIFICARONO LA PROPRIA VITA
ALLA REDENZIONE DITALIA
Nell’interno:
A MONTEBELLO A PALESTRO A MAGENTA A SOLFERINO
PUGNARONO UNITI I FRANCO-ITALI
GLI UNI PER LA PATRIA
PEL VOLER LIBERA UNA NAZIONE SORELLA
GLI ALTRI
PER LA CIVILTA
AMBI
CONTRO UN COMUNE NEMICO
FURONO BATTAGLIE DA GIGANTI
ORA DI POCHI CONTRO MOLTI
O AGGRESSORI O AGGREDITI
FURONO SEMPRE VITTORIOSI
NEL BACIO DI DIO CREATORE
CHE
DIE’ L’ESSERE AI POPOLI ALLE NAZIONI
PERCHE LO SERBASSERO INTEGRO
RIPOSATE. Ο ANIME ELETTE
I LORO NOMI RACCOMANDATI ALLA STORIA
ETERNERANNO IL DOLORE LA GIOIA LA GRATITUDINE
IN CHI LEGGERA’
COME SI RENDESSE INDIPENDENTE LITALIA
RINVERDIRA’ SEMPRE IL FIORE SULLA LORO TOMBA
E LE ITALE MADRI ACCENNANDOLA AI FIGLI
DIRANNO SUPERBE
PERCHE QUEI SEPPER MORIRE DA FORTI
ECCOVI LIBERI CITTADINI.
Le epigrafi sono di bella fattura e, sebbene non sia detto chi le ha scritte, non sembra azzardato attribuirle al Can. Pietro Betta, professore al Seminario, letterato ed epigrafista efficacissimo, che ha lasciato a Pontremoli illustre memoria.
Ma soprattutto mi par di vedere in esse, insieme all’anelito verso le sublimi speranze della pietà cristiana, una calda vibrazione di sentimento patrio.
L’idea dell’Unità era nell’aria irresistibile ed entrava a bandiere spiegate nel Tempio. In Dio creatore “che diè l’essere ai popoli alle nazioni perchè lo serbassero integro” urti e dissensi si componevano e l’idea si santificava.
GIOVANNI BELLOTTI, Un solenne rito dopo Solferino, pubblicato in Il Campanone – Almanacco Pontremolese, 1961
Bibliografia: P. Ferrari Vecchia Pontremoli (Scorci e figure dell’Ottocento); id. moti lunigianesi del 1847; Manfredo Giuliani La Lunigiana Parmense prima e dopo il 1859;Comitato Celebrazioni per il Centenario dell’Unità Italiana Parma 1859-1959 (a cura di Arrigo Dedali); Parma 1960 Mostra del Risorgimento (a cura dell’Avv. Arturo Seatti); Gazzetta di Parma, citata