MONTANARI ALL’ESTERO

di Fra Ginepro.

Montanaro anch’io e nato a Londra da genitori emigrati, ho nutrito una viva simpatia per quelli che vanno all’estero in cerca di lavoro. Però, se un tempo le frontiere erano tutte aperte e tutti potevano uscire, esisteva il grave inconveniente che quell’afflusso di popolo non era regolato da nessuna legge, e così i figli dell’Italietta cadevano, spesso, in balia di esosi padroni ed erano sputacchiati e derisi dalla plebaglia. Cantava il poeta di Romagna solatia:

Vanno serrando i denti e le mascelle,

Serrando dentro il cuore una minaccia

Ribelle, e un pianto forse più ribelle.

Offrono cheap la roba, cheap le braccia,

 indifferenti al tacito diniego;

e cheap la vita, e tutto cheap, e in faccia

no, dietro mormorare, odono: Dego!

Siedono a lungo quà e la digiuni;

tacciono, tralasciati, nel banchetto

patrio, come bastardi, ombre, nessuni,

guardano intorno, e quindi se nel petto,

sentono su la lingua arida il sale

delle lagrime……

E fanno gli italiani tutti i mestieri: dissodano campi, iniziano culture, erigono edifizi, scalpellano pietre, piantano pometi, agrumeti vigneti, dove era il deserto; puliscono scarpe al canto delle vie.

Anche la nostra Lunigiana ha dato all’emigrazione dell’anteguerra un forte contingente. lo mi limiterò alla Valle del Verde, dove ho passato i primi anni del mio ministero pastorale. E’, in generale, una terra “valde petrosa”, come dicevano i nostri antenati, arsiccia, posta in pendio, per cui le acque, abbondanti in primavera e nell’autunno, corrodono e portano via l’humus fecondatore. Si chiama Verde, quella valle, perchè attraversata dal fiume Verde, e perchè ricca di castagni che, però, non rendono come in altre zone, benchè abbiano enormi fusti e altezze vertiginose.

Il terreno essendo avaro di prodotti (castagne, patate e un po’ di segale) e numerosa la popolazione, fu giocoforza sloggiare, portare altrove i penati, e così si inizio una corrente emigratoria che ha del fantastico. Gli abitanti di Guinadi (Baselica, San Rocco e Navola) e quelli di Cervara si incanalarono, di preferenza, in Francia, sopratutto a Parigi e a Marsiglia. Buona la mercede come muratori e manovali, ma troppe, anche, le occasioni di spendere e di spandere. Qualcuno (speriamo pochi) assorbì pure quei míasmi che letali esalano dai bassifondi parigini. Merita qui speciale menzione Terroni Pietro, che si portò arditamente nella metropoli inglese e aperse un negozio di generi alimentari esclusivamente italiani. Anche oggi quel nome, è illustrato dal figlio Cavalier Raffaele, una delle personalità più note della nostra colonia. Grondola e Braia mandarono emigrati a Londra; ma i Braiesi, più tagliati al commer-cio spicciolo, andarono, più numerosi in Corsica, percorrendone quasi tutti i paesi con la cassetta di merciai ambulanti o con un carretto trainato da un mulo. Alcuni tuttavia, con il senno e con la mano, si, fabbricarono una buona fortuna, specie quando poterono aprire negozi di stoffa nei centri principali dell’isola. Pur oggi, quel commercio, per qualcuno, è fonte lauta di guadagno.

Ma il paese che, sopratutti gli altri, fu preso dall’ondata emigratoria è Bratto, situato alle propaggini del monte Molinatico. Al tempo che Berta filava, non pochi Brattesi, nella stagione invernale, si recavano in Maremma, ma gli affari erano così magri, che chi riusciva a portare a casa cento lire era un piccolo… Creso.

Primi a rompere la vetusta tradizione furono i fratelli Cocchi che, con alcuni bardigiani, valicarono a piedi il Gran S. Bernardo e s’inurbarono a Londra. Tempi duri, difficili quanto mai: ignota la lingua, scarso il denaro, frequenti gli sberleffi della marmaglia, аmaro il sorriso dei signori. Pure in quella nera atmosfera e in mezzo a quel fumo i due pionieri brattesi riuscirono a farsi strada; altri li seguirono; poi altri ancora; come onde su onde.

I primi mestieri consistevano nel girare le vie e le piazze col piano; di poi, qualche carretto con i gelati era spinto timidamente sotto i tigli dei viali; qualcuno, più ardito, comperò una botteguccia e chiamò non pochi clienti con geniali ritrovati. Il gelato italiano era molto gradito ai palati londinesi, così usi alle leccornie.

Dai gelati si passò al caffè, al tè, ai dolci (cakes) e al ristorante. Oggi nessuno va più a mendicare per le vie; oggi si possono vedere sfolgoranti negozi nel centro stesso di Londra, un tempo sacro agli ebrei e perciò vietato ai profani.

Lavoro non snervante quello eseguito dai Brattesi, ma che richiede una dose di abilità e di pazienza. Tutto il giorno e parte della notte dietro il banco in attesa di clienti, a volte bisbetici, in un clima piuttosto umido e caliginoso, pochissimi e brevi gli svaghi. Con che nostalgia il pensiero vola al fulgido sole d’Italia e al cielo turchino come quello dell’Ellade cantato dai poeti. I Brattesi (più di trecento nella sola Londra) han conservata pura la fede degli avi e vivissimo l’amore alla patria e al luogo nativo. E opera loro la magnifica mole della Chiesa, ricca di preziosi doni, e, oggi, la canonica, dove il parroco può vivere comodamente e, accogliere, nell’occasione, ospiti illustri.

È il caso di dire: La tua miseria di ieri, o Bratto, è stata la causa della tua ricchezza di oggi. Bravo! Sei degno della croce al merito del lavoro.

Fra Ginepro Apuano, Montanari all’estero, pubblicato in Il Campanone – Almanacco Pontremolese, 1940, Scuola Tipografica Artigianelli di Pontremoli

L’immagine rappresenta un dipinto di Adolfo Tommasi, “Emigranti” del 1896, ed è tratta da articolo del Corriere Apuano del 19.11.2020

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