IL PELLEGRINO DEL SOGNO

Francesco Petrarca, di Andrea del Castagno, 1450, Galleria degli Uffizi-Firenze
Introduzione

In questa conferenza tenuta all’Università Popolare della Spezia, presento il racconto drammatico di un umanista, come ci è stato tramandato da una lettera senile del Petrarca. la narrazione del Poeta manca di una divinazione psicologica, per restare una pallida figura senza rilievo. Egli sembra spettatore non attore del dramma, e non si sente travolto da quella complicazione psicologica , che era nell’anima del maestro che mosse da Pontremoli in cerca di lui.

Ombre pallide, trame leggere, fili tenui sono tesi intorno alla figura di quell’umanista, che mi studierò di presentare seguendo questa leggera orditura, dove la leggenda comincia a gettare le sue luci di bellezza e di poesia.

Il Petrarca dice che quest’umanista ha il diritto di essere chiamato “Poeta”. Senza malignità, si potrebbe dire come di Heine: un usignolo che ha voluto farsi il nido nella parrucca del cantore di Laura, ma che visse una vita intensa, combattuta dalle cose, raffinando in quel travaglio la mente e quasi logorandosi il cuore.

La qualifica di “Poeta” attribuitagli dal Petrarca è il fatato ponte di incanti e di malìe, che in un arco luminoso, lo porta a noi, e, in quest’ora, i nostri occhi guardano a lui come a un conquistatore, a un eroe della leggenda.

la Spezia, 14 gennaio 1931 – IX E.F. p.p.

IL PELLEGRINO DEL SOGNO

Senex coecus ad Pontremulum oppidum

– Petrarca lib. XVL VII

In quel mattino del 1341 le campane di San Giacomo gettarono nell’aria i loro squilli sonori e si ripercossero da un capo all’altro della borgata di Pontremoli, addormentata ancora nel sonno dell’ombra. I monti e le colline, che chiudono dentro ad un semicerchio la città, in quel mattino, tremavano in languidi brividi di luce e parevano ali di falco scendenti dall’alto per adagiarsi fra gli alberi, dove scintillavano le acque dei due fiumi. Le guardie del castello di Cacciaguerra avevano notato due viandanti, che erano discesi giù dal Piagnaro e seguivano il corso del Magra, su le cui onde tremavano i primi bagliori di luce.

Avevano lasciato alla loro destra il fiume Verde che scrosciava nel suo letto ingombro di ciottoli e dove l’ultima torre di Cacciaguerra allungava la sua ombra in una malinconica freddezza. Tra i campi e i fossati, serpeggiava in un candore monotono la via. Davanti allo sguardo dei due viandanti, che continuavano a camminare, giganteggiavano in sobbalzi strani le Alpi Apuane, e più a destra la cima aguzza di Pizzo di Uccello sembrava gettarsi in un volo ardito contro il cielo azzurro e lucente, che aveva ormai perduto il ricordo degli astri notturni.

Il più anziano dei due camminava appoggiato con le mani alle spalle del più giovane il quale continuava a frugare il cielo verso cui sembrava camminare. La Chiesetta di San Giorgio pareva genuflessa ai piedi della collina, sulla quale si allineavano le prime case della pieve di Filattiera, mentre, tra l’ombra e il sole, pensieri e sogni si affacciavano e scomparivano nella mente dei due viandanti.

La strada aveva l’aspetto di un margine alto sui campi e sul letto del fiume, tratto tratto ingombra di macerie, dove forse un tempo avevano bivaccato le soldatesche delle legioni romane.

Le truppe di Arrigo V e di Federico I avevano coperte le pedate e i solchi delle ruote degli innumerevoli eserciti, che avevano attraversato la Lunigiana. Il passo dei due viandanti si faceva sempre più spedito e rapido, mentre l’orizzonte appariva sempre più vasto. Dopo brevi soste, di nuovo in piedi; la via interminabile sembrava che nel suo implacabile linguaggio non volesse concedere nessuna tregua. Mentre il sole si nascondeva dietro i monti, dai colli lontani, qualche tocco di campana giungeva con ala rapida per gettarsi contro le ombre.

I due viandanti sentirono nella notte passare sul loro capo i ruggiti possenti del mare, sentirono i mugghi della Magra, e mentre il più giovane chiudeva gli occhi al sonno, l’altro ricercava con gli occhi della mente, in mezzo alla notte desolata, ombre e fantasmi.

Nella notte chi ripeté all’errante pellegrino i consigli di saggezza del vecchio capitano Crosmo Crosmazio, capo del Senato di Luni? Chi ricordò la ferrea mano di Lidorio Alderio, il domatore del popolo siculo, le candide penne di cigno tremolanti sull’elmo lucente di Cupavo, i responsi dell’arupice Aronta , nascosto sui monti di Luni e la potenza miracolosa di S. Venerio? La possente Luni, eroica terra di capitani, di ammiragli, di condottieri, riempiva di ricordi la mente dell’uomo insonne, dal colto emaciato e logoro. Nel cuore della notte il cielo continuava a riempirsi di lontane voci e di schianti paurosi.

Saranno state le acque del mare di Luni gementi fra le desolate rive o lo stuolo delle leggende che ritornava dai mari nordici, dai golfi della Gran Bretagna e della Danimarca per chieder ospitalità alla terra percossa da tante sventure, o era piuttosto la nuova bandiera sventolante sulla torre del nuovo borgo della Calcandola, schiamazzante senza pietà sui vinti?

L’alba, che tremolava sul mare, portò i primi tocchi di campana ai due pellegrini, che si accingevano a riprendere il camino. Erano forse le campane del monastero di Santa Croce del Corvo, sorgente sul clivo estremo del Caprione sopra le foci della Magra?

Il pensiero di Dante sarà balenato nella mente del vecchio, mentre stava per lasciare il territorio di Luni per entrare nella martoriata terra di Toscana? Non è possibile che quell’uomo, il quale partiva da Pontremoli per recarsi a Napoli allo scopo di poter vedere il Petrarca, non conoscesse il maestro del suo maestro.

Non ci è stato tramandato il nome di costui, sappiamo solo che era un maestro, un educatore. Nella storia esso rappresenta un simbolo: il tormento dello spirito, in viaggio attraverso vie ignote ed inesplorate, verso l’altezza mistica del sogno. Era cieco e gli serviva di guida il figlio. Un altro simbolo. Non sono gli occhi quelli che scoprono i misteri della natura, le leggi della poesia e l’affascinante poema della bellezza, ma è lo spirito e l’attività interna, tutto lo splendore intimo che scaturisce dalla lacerazione delle tenebre. Il maestro nella scuola non scruta con la pupilla degli occhi la bellezza dei cuori, ma la comprende attraverso vie più penetranti, che stanno fra loro come l’armonia dell’arte dei suoni.

Il cammino lungo li sospinge ed eccoli di nuovo in piedi: non il sole, né l’inclemenza del cielo li impensierisce e li rattrista; nulla. La Maremma desolata si apre davanti ai loro passi con i suoi “aspri e folti sterpi”, landa immobile; mandrie erranti di buoi e di pecore, il suon della cornamusa vagante in quell’aridità che potrebbe parere una maledizione. La notte li sorprende col freddo, mentre da ogni parte quell’ampia solitudine è percossa da ululi e da schianti. Chi può ridire il terrore della febbre, che sembra sperdersi fra scarsi baleni di luce durante il giorno, e la notte cala con lo stile della rugiada implacabile, tremenda?….

Il maestro pontremolese aveva deciso di intraprendere il viaggio in quell’epoca, perchè aveva appreso che il 16 febbraio, il Poeta era salpato dal porto di Marsiglia diretto a Napoli, dove il re Roberto l’attendeva per sentirlo discutere di scienze e di letteratura alla presenza di tutta la Corte. Là sarebbe stato certo di trovare e vedere l’Uomo, che non aveva stabile dimora. Pareva che il Poeta fosse in ogni ora e in ogni momento inseguito dai fantasmi della gloria che lo spingeva nelle più remote contrade, sui mari più lontani, sulle vette più inaccesse. Ha nell’anima il tormento dell’antico Bellorofonte, l’irrequietezza moderna del giovane Werther e lo spasimo di Aroldo. Eccolo passare da Roma a Ferrara, a Venezia. Non si sa trattenere che poco tempo ad Avignone, reduce da Montpelier e da Bologna.

– Dov’è il Poeta? – domandano gli ammiratori e gli amici. I librai belgi e svizzeri lo vedono visitare curioso le loro biblioteche. L’anno appresso, eccolo seduto all’ombra dei faggi e dei pini sulle vette dei Pirenei. La Senna lo vede passare frettoloso sui ponti di Parigi e correre verso il Belgio. Ad Aquisgrana ascolta le leggende di Carlo Magno, vede a Colonia le donne che si lavano nel Reno, valica le Ardenne, torna ad Avignone.

-Dov’è il Poeta? – si chiedono ancora gli ammiratori.

Eccolo sul monte Ventoso, a 1900 metri di altezza, intento a leggere le mistiche pagine di Agostino. Marsigli, Roma, vedono il Poeta che passa frettoloso, diretto verso la Spagna per gettarsi sulle estreme coste del mare Britannico. A Valchiusa, gli usignoli salutano il suo arrivo e là gli giunge l’invito per recarsi a Napoli.

Il maestro pontremolese non indugia un istante: -a Napoli potrò vedere il Poeta e poi morrò contento-.

La meta cominciava ad abbreviarsi. La vista e l’incontro di città rallegrava il loro spirito. Le marce ininterrotte cominciavano a fiaccare le forze, ma la metà splendeva nella mente del cieco, come un faro. L’ardente brama di trovarsi al cospetto del cantore di Laura faceva dimenticare la via interminabile, i pericoli e l’inclemenza del cielo, il terrore della solitudine, la insidia delle fiere; oltre la meta c’era la realizzazione di un sogno, il quale continuava a protendere la sua ala luminosa nei cieli della poesia.

Le coste fragranti del Tirreno gettavano ondate di profumi, il mare veniva a frangersi con le sue onde contro la spiaggia.

I due viandanti sentivano battere sulla fronte qualche cosa che li inebriava e ne rassodava il passo: orma cominciavano a contare le ore: la distanza non faceva che accrescer l’impazienza.

Un’alba dolce inghirlandava di fragranze e di tinte luminose il bel Golfo di Napoli. Nel cielo una trasparenza cristallina, il mare pieno di tremiti pareva correre incontro ai due pellegrini. Napoli grandeggiava nel suo Golfo incantato. Il povero cieco aveva dimenticato le rogge mura della città di Pontremoli, il mugghio dei torrenti, lo stridore dei venti sobbalzanti dall’Appennino. Si sarebbe tolto i calzari per avvicinarsi a quella terra incantata, che ospitava il cantore di Laura. Sulla sua fronte terrea, sul volto emaciato, in tutta la persona c’era un fremito. Fra pochi istanti avrebbe abbracciato il Poeta, ed il suo desiderio, che sin accendeva ogni mattino come si accendeva l’aurora in cielo, ora assumeva delle tinte acute, ardeva in superbe colorazioni, e dentro a queste spiccava l’immagine del Petrarca, come essere sovrumano, qualche cosa di divino. L’uomo dalle sembianze aristocratiche, dai modi cortesi, dalla fronte aperta, sulla quale gli occhi gettavano tanta luce non era più lontano…..Avrebbe avvertito la sua presenza dal profumo di cui egli godeva cospargersi, dal lieve ondeggiare delle chiome sul collo, dal fruscio delle vesti di seta, ma più di tutto l’avrebbe sentito dallo spirito che si effondeva dal corpo, dai bagliori interni che avrebbero percosso le sue pupille spente.

Il Grande, più grande dei Re e degli Imperatori che desideravano di averlo accanto, ed il cui nome faceva tremare le armi in mano dei nemici, il Poeta che aveva gettato nella sua strofa alata la più dolce music, che sia sgorgata dal cuore umano, gli avrebbe stesa la mano …..quella mano che aveva preso nel medesimo giorno l’invito del Senato di Roma e dell’Università di Parigi per ricevere la corona di alloro, che gli era stata decretata.

Che momenti di ansia e di trepidazione! Fra poco si sarebbe trovato al cospetto del Grande, che aveva gettato il suo inno entro il sole per salutare l’Italia, bellissima madre e gloria del mondo.

Salve pulchra parens, terrarum gloria, salve!

Ecco aprirsi la porta. Oh Dio che sussulti! Il Poeta inghirlandato gli verrà incontro, gli stringerà la mano….Non gli restavano più che pochi passi per trovarsi davanti al Poeta…..

O pellegrino del sogno, tu non eri che un simbolo!

Il maestro, quando crede di toccare la meta, vede non la meta, ma un ponte che si sporge nell’immensità e dal quale si scorgono lontananze più luminose o qualche stella lontana, che si sfalda lasciando cadere nello spazio altre stelle, che vanno roteando nell’infinito.

Sembra che la storia abbia dato la posta a quell’uomo, al cospetto di un grande Poeta inghirlandato della corona più radiosa, e, che solo fra tutti conobbe la felicità e la grandezza, perché quest’uomo, privo del divin raggio di luce, potesse costruire la storia di tutti i maestri nell’odissea tormentosa di brame intravviste e non soddisfatte, di bisogni sempre nuovi, di non toccare mai col piede le soglie fatate della….felicità.