In quella sera estiva, il bronzo delle campane che frate Ilario da Parma aveva riempito di onde sonore , rovesciò sulla città di Pontremoli uno scroscio di note squillanti entro cui parevano gettarsi le prime stelle che si affacciavano all’orizzonte. Il vecchio maestro con l’animo pieno di tristezza lo sentì scendere in fondo al cuore avrebbe desiderato poter correre su quelle ali sonore per muovere incontro al Poeta, che gli aveva arrecato tante delusioni.
La notizia dell’arrivo del Petrarca a Parma era sicura e data per certo a Pontremoli.
Il Petrarca infatti era entrato nella città turrita il 22 giugno 1341 e lo sventolio delle bandiere vermiglie dalla fascia bianca aveva gettato nell’animo del Poeta letizia e giubilo per la vittoria dei quattro fratelli Coreggio. Il Poeta esultante aveva sentito fra lo strepito delle armi, che avevano combattuto con valore indomito, passare a volo i fantasmi delle eroiche falangi, che quasi un secolo avanti avevano fiaccato intorno alle mura di Parma la prepotenza di Federico II.
“Scacciate le genti dei tiranni” il Poeta andava cercando in quelle colline fra il silenzio e la solitudine, gli immaginosi ozii per i quali era nato.
Il maestro pontremolese decise di recarsi a Parma sicuro di poter soddisfare quel desiderio, che si era acuito attraverso le peripezie del primo viaggio così pieno di fatiche e pericoli.
Inerpicandosi sul colle della Cisa, mentre i tepori dell’estate scioglievano nell’aria le prime fragranze, sentiva la speranza venirgli incontro e rendergli più agevole il cammino.
Aveva abbandonato la strada per arrampicarsi lungo lo schienale del monte, affondando in mezzo a folti cespugli di ginestre. Verso il tramonto cominciò a giungere all’orecchio dei due viandanti qualche canto errante di balza in balza.
Pareva unirsi ad un’altra eco lontana, lontana sperduta nella memoria del povero cieco: galoppo di cavalli, barriti di elefanti, urli selvaggi di truppe. Giù in basso la Magra splendeva nelle sue bianche volute di argento….Il valico della Cisa era superato ed altre vallate si schiudevano nel tepore del mattino. La meta non era lontana, pareva nascondersi nella frange del sole, che si allungava nell’immenso piano.
Finalmente al mattino dopo le torri di Parma, inghirlandate di azzurro e di bianco, parevano balzare incontro ai due viandanti, la cui trepidazione si era cambiata in entusiasmo.
Nella fragranza mattinale c’era il fremito dell’esultanza, c’era il palpito di due cuori unito in un unico palpito, in un divino schianto di commozione irrefrenabile.
Ancora un sussulto: ecco…..la porta si apre e da quella sembra che un nembo di fiori scenda sul corpo del povero cieco.
-Sono felice! – fu il grido orgoglioso che uscì dall’animo di quel maestro, che aveva superato tante fatiche e tanti travagli.
Quando potè passare le mani sul corpo del Poeta, coprirlo di baci, la commozione si trasformò in divini rapimenti quasi intraducibili nella forma finita del pensiero e della parola.
Dalle mani sentì rifluire al capo il fremito della poesia che lo librava in alto, gli dava scuotimenti profondi, come di vampe che volessero ardere il pensiero, consumarlo perché si riaccendesse in più sublimi concezioni ed in forme sempre nuove.
Presto trascorsero tre giorni, nei quali il maestro visse accanto al Poeta. Gli amici del Petrarca temendo ch’egli rimanesse infastidito, fecero capire al maestro che ormai la sua soddisfazione era stata raggiunta e quindi il protrarsi della sua presenza poteva recare tedio al Poeta.
-Tu non puoi comprendere, rispose il maestro, rivolgendosi al Petrarca, – la gioia, che io provo nel mirarti; te lo possono testimoniare le fatiche che ho sostenuto per venire a vederti.-
Gli amici presenti al colloquio, non comprendendo come il maestro potesse vedere e contemplare il Poeta, chiesero se egli era veramente cieco.
-La mia cecità è negli occhi, ma il mio pensiero splende più della luce del vostro sguardo ed il Poeta lo vedo meglio di voi.
Azzo da Coreggio, signore della città, trattenne presso di se il vecchio maestro e volle colmarlo di doni. Dopo egli ripartì per tornare a Pontremoli, con l’animo tutto pieno di poesia, raggiante di gioia. Chiuso tra le parte della sua scuola il povero cieco sentì che nel riaccendere alla piccola fiamma le anime dei suoi alunni viveva di una nuova passione, di un nuovo amore che aveva il candore dell’alba, la freschezza della rugiada, la tenerezza dei fiori, la musica degli astri. A questo amore la fede aveva dato un nome e nell’eterno dramma dello spirito la speranza ne rinnovava la passione.