IL PELLEGRINO DEL SOGNO

Il popolo di Napoli aveva ammirato il Poeta, che era giunto nella sua bella terra olezzante fra il tepore eterno delle primavere, chiuse tra un arco azzurro ed un palpito di mare. Ed il vecchio maestro, esausto di forze, rivide con la propria fantasia il Poeta, che arrivava dal mare ed alle popolane che gli gettavano fasci di fiori, il Poeta offriva ghirlande di sorrisi. Il mare cantava al dolce Poeta l’inno della vita, ed egli, raccogliendo quella divina musica, la gettava dalle corde della sua lira sul popolo che lo applaudiva.

Il Re Roberto, che passava le notti silenziose sui libri e sui versi del Poeta, quando lo vide giungere, scese dal trono, gli mosse incontro abbracciandolo con immensa soddisfazione. Ed il Poeta recava all’Augusto Sovrano, che lo aveva chiamato per decretargli la corona poetica, il genio della sua vita, l’epico fremito delle spade romane, col grande sogno dei Scipioni, la lirica melodiosa di un amore pieno di sogni, di deliri, di estasi, di rapimenti.

Al povero maestro non restava che l’eco lontana di tanti festeggiamenti, la narrazione delle acclamazioni fatte al Poeta, ammirato e guardato da tutti. Il racconto delle popolare , che erano corse a toccare la veste del Poeta, a baciarne l’ultimo lembo ed a riceverne in cambio un sorriso, riempiva di tristezza l’animo suo. Quasi avrebbe voluto rimproverare le fiacche membra doloranti e percosse dalla vecchiaia.

-Ma perché perdersi in inutili lamenti? – pensò fra sé; il Re mi potrà dire dove é il Poeta, e se riuscirò a raggiungerlo per strada. – Tutti sapevano che il Petrarca era volato a Roma, alla Roma coronatrice dei Cesari, dei poeti e dei guerrieri. Là lo attendeva l’alloro del Campidoglio, quell’alloro che si inabissava con le sue cime nel cielo ed i cui rami coprivano l’orizzonte del mondo conosciuto.

-Arriverò in tempo? – domandò al Re, che lo aveva ammesso alla sua presenza e non si stancava di ammirarne la forza e il coraggio.

-Forse, aveva risposto il Re Roberto, ma bisogna affrettarsi perché la strada che conduce a Roma è aspra e faticosa. Terminata l’incoronazione, il Poeta deve tornare in Francia, ed allora bisognerebbe abbandonare ogni speranza – aveva soggiunto il Re.

-Ho, questo non sarà ma! aveva risposto il vecchio umanista. Sul volto scarno e ossuto pareva serpeggiare una corrente elettrica, un rapido moto di muscoli sussultanti: -Sono disposto a recarmi fino nelle Indie.-

Il Re si compiaceva di ammirare quel vecchio, a cui la cecità aveva tolto lo splendore degli occhi, mentre l’amore della poesia gli riempiva il volto di corrusche luci di fuoco. Sublime figura! Egli pare il personaggio dell’Oriani posto nel centro dell’Umanità, la quale da millenni leva un inno di dolore e di speranza verso il sole, oltre le stelle scintillanti sulla soglia dell’infinito.

E il Re accomiatandolo, si curvò verso quell’infelice, come per raccoglierne il dolore e lo strazio.

Eccolo sulla strada che conduce a Roma. Ancora un palpito di passione divampò dentro quel povero cuore, che pareva gettato dalla tempesta su quella via: il cuore gli sanguinava, ma la mente copre colla sua ala la via segnata da stille di sangue. Nuove soste e nuove marce. Nella notte, quando l’insonnia tormentava il corpo affaticato, sentiva scrosciare sul suo capo l’urlo degli eserciti fuggenti su quella strada, ora in marce cadenzate, ora galoppanti verso terre assegnate dal Senato, ora falangi di schiavi incatenati. Galli, Etruschi, Allobrogi, Insubri, germani scendevano e salivano in marce forzate su quella via. Scalpito di cavalli, grida di morenti, urla di feriti.

Lontano, lontano il ruggito del mare infinito.