Roma sfavillava lontana. L’eterna città dei Cesari pareva che con le sue mura reggesse il cielo inchinato intorno a lei in un grande abbraccio. Il Poeta aveva fatto il suo ingresso in Roma col mantello del Re sulle spalle. Una schiera di giovani, appartenenti alla più alta aristocrazia romana avevano accompagnato in abiti fiammanti in campidoglio. Tutta Roma in quel momento si era voltata verso la Rocca gloriosa e per tutta la città era echeggiato un grido solo: Via il Poeta!…. Viva il Popolo Romano!….Momento di commozione profonda. Cessate le contese e le lotte civili, sull’altare dell’incoronazione, le famiglie dei Savelli, degli Annibaldi, dei Colonna, degli Orsini, avevano deposta la spada per gettare fiori al Poeta e sul grande arco del cielo romano i poeti dell’Ellade e di Roma risposero con un grido: Viva l’Italia!
L’eco delle grandi feste non si era ancora spento, e quando il maestro pontremolese arrivò alle porte di Roma, seppe che il Petrarca aveva lasciata la città dei Cesari deponendo sull’altare di S. Pietro la corona che aveva cinto la sua fronte.
In quell’ora il povero cieco rivide il lungo cammino, le strade piene di fango, i pericoli corsi. Una stretta al cuore, una lama gelida, il buoi più profondo. Il suo cuore parve trasformato in una tomba piena di ombre e di oscurità. In alto però una mano agitò una fiaccola: flotti di luce sussultarono in alto, più in alto….
Il maestro alle volte sembra cadere sul cammino col volto teso verso la meta: può parere un caduto, ma non un vinto; lo spirito di sacrificio è la fiaccola che arde sul suo capo e gli addita la via per giungere alla meta desiderata.