Il valico del Borgallo era compreso nel territorio della Pieve di San Pancrazio di Vignola una delle cinque già ricordate per richiamare il carattere del territorio connesso a questa via. La chiesa plebana di San Pancrazio sorge (a m. 370) sugli ultimi colli del montuoso fianco destro della Valle del Verde, all’aprirsi della boscosa gola sul piano di Verdeno (Vardena), sullo sperone che scende alla confluenza della Betnia con il Verde, estreme pendici del monte Guzzana o Grezzana, propaggine dello Spiaggi.
La chiesa è circondata da piccole ville e casali (antichi vichi e vicoli?), sparsi sulla costa omonima e su quelle di Belvedere Bassone. Era una costruzione a tre navi, la quale, nelle parti esterne e nel campanile, malgrado le deturpazioni di ripetuti rifacimenti e restauri, rivela l’originaria architettura di palese influenza lombarda. La giurisdizione plebana si stendeva oltre che sulla valle del Verde, su quella della Magriola a Levante, della Gotra a Occidente, e del Tarodine a Tramontana. scendendo, quindi, nel versante del Taro sino a toccare i confini delle pievi di Campi e di S. Giorgio. In queste valli erano sparsi numerosi oratori e cappelle, in parte diventate poi parrocchie, o scomparsi (8).
I confini del descritto territorio ricalcavano probabilmente quelli di circoscrizioni più remote, secondo un procedimento, nelle linee generali, ben noto; ma in quello stesso territorio, nelle parti più vicine alla dorsale appenninica, l’attenta osservazione può rilevare l’esistenza di superstiti tracce caratteristiche di altri oscuri elementi istituzionali, testimonianze di una pagina di storia del tutto dimenticata, ma ricca d’interesse locale e generale.
In un diploma di Federico II, del 1245, concernente il territorio di Grondola nell’alta valle del Verde, si trova notizia di una circoscrizione territoriale, della quale non è facile spiegare l’origine e la funzione. Del territorio sono nominati i monti, le acque, gli abitati, designandolo col nome collettivo. Sono elencate le ville della Cervara, di Monti, di Navola, di S. Lorenzo, Baselica, Achina, Cobloba, Bratto e Braia, ” quae omnes” è dichiarato nel documento, “vocantur Mulpe”. Il nome di Mulpe è indeclinato: era dunque, già a quel tempo, un relitto linguistico, un termine di cui si ignorava il significato, che forse era comparso in un passato lontano per designare una unità territoriale corrispondente a una funzione giurisdizionale, o trasformata o venuta a mancare, sebbene ne sia poi continuata a lungo la dizione (9).
Si sono già ricordate le numerose piccole chiese, molte delle quali scomparse, caratteristicamente frequenti nel territorio più vicino alla catena appenninica, chiesette di antica intitolazione, con particolare riguardo ai Santi dei romei e viandanti, come S. Pietro, S. Lorenzo, S, Giorgio, S. Bartolomeo, S. Martino, S. Cristoforo, ecc., che attestano una fase arcaica della locale formazione ecclesiastica. Ma questo carattere arcaico è anche più esplicitamente indicato dalla sopravvivenza di una terminologia che va riportata ai primi tempi della diffusione del Cristianesimo nelle campagne e nei più isolati territori di montagna. La presenza delle voci basilica , (le chiese di San Pietro di Guinadi sul Verde e di San Benedetto di Pontolo sulla destra del Taro), titulus (Tiedoli di Borgotaro), memoria (Momarola? orat. presso Bedonia) fanno ricordare il periodo in cui questi termini ed altri, come cella, oraculum, capella, si contrastavano il predominio per designare chiese o chiesette non battesimali.
In un mio vecchio studio sullo stesso argomento avevo supposto che la Baselica di Guinandi, sul Verde, fosse una di quelle chiese non battesimali, sorte, come l’altra sul Taro, secondo la nota ipotesi della Iud, nei territori di tarda penetrazione del cristianesimo, tra il IV e il V secolo, per opera di signori laici od ecclesiastici, a scopo di propagazione della fede, nei vici, nelle ville, nei praedia e saltus. E’ stato notato che nell’Italia settentrionale la frequenza delle basiliche coincide con i territori dove il cristianesimo è penetrato tardi e si è diffuso con lentezza. Non è certo inverosimile che anche il territorio di questa parte dell’Appennino si trovasse in tali condizioni di persistenza del paganesimo, oltre che per l’indole conservatrice delle popolazioni montanare, anche per la mancata influenza di forti e attivi centri cittadini cristiani. Mancava nell’alta Val di Magra, dove la resistenza del gentilesimo è documentata fino al xec. VIII, un centro, quale più tardi fu Pontremoli, di mediazione tra quelle isolate vallate e la lontana sede vescovile di Luni, come non dovevano essere giunte dalle città padane forti influenze di evangelizzazione nemmeno nell’alta valle di Taro dove l’insediamento, tanto più tardo, dei monaci di Bobbio meglio che ad opera di assistenza stradale sembra persino accennare ai caratteri dell’azione missionaria (10).
Nell’alta valle del Verde esistono le rovine e gli avanzi di due chiese dedicate a S. Pietro, l’una delle quali, molto piccola, sorgeva tra gli attuali villaggi di Cervara e S. Lorenzo, sostituita poi da altra fabbricata nel luogo dell’attuale Baselica di Guinadi, in seguito evidentemente al cambiamento di direzione della via del Borgallo, dove, rimaneggiata e ingrandita, divenne in seguito la sede parrocchiale intitolata a San Pietro e Paolo. In questi cambiamenti edilizi, sono evidenti dunque le fasi di una trasformazione ecclesiastica per cui il modesto oratorio trasferito in luogo più importante e più centrale del primitivo, dette vita a una vicinia religiosa, sovrapponendosi forse all’antico ordinamento territoriale designato dal nome Mulpe. Non è dunque da escludersi che, come in altri casi, questa Baselica possa indicare una antica istituzione rurale, che, per l’evolversi degli assetti di quelle popolazioni si sia poi andata sciogliendo e scindendo in più piccole circoscrizioni di nuove parrocchie moderne.
Non so se l’ipotesi suesposta si possa estendere, con i necessari riferimenti alla situazione locale, anche all’origine della Baselica di Pontolo, sulla riva destra del Taro, a oriente di Borgotaro. Non va, comunque, trascurato per l’una o per l’altra delle due località, di tener presente la probabilità di una diversa origine della voce, la quale potrebbe essere derivata dalla forma sostantiva di un aggettivo qualificante strade o terre di ragione regia o imperiale, come basilichè ghè, terra del fisco, e basilichè odòs, via regia. Per quest’ultimo caso bisogna avvertire che, sulla via del Borgallo, poco distante dalla Baselica di Guinadi, esiste un piccolo villaggio detto Stra che, in un certo modo, è l’equivalente dialettale dell’espressione greca, mentre per la prima espressione occorre ricordare che proprio su queste dorsali appenniniche si stendevano quei territori demaniali dai quali provennero ai Comuni i bona delle concessioni imperiali. In tali circostanze il termine si sarebbe unito al nome della chiesa a indicare la posizione (p. es.: S. Pietro a Basilica o in Basilica), fissandosi e prevalendo come nome di località (11).
A parte, dunque, il problema del toponimo Basilica , la caratteristica distribuzione, sulle rive del Taro e nella Valle del Verde, delle numerose chiese e chiesette delle quali si è parlato rilevandone gli aspetti arcaici, ci offre, per così dire, aperta dinanzi una pagina della storia della diffusione del cristianesimo in questo territorio montano e pagense, e di una fase della sua penetrazione ancora dovuta a zelo di più privati, anteriore forse all’insediamento o alla piena attività della organizzazione diocesana. Anche la Pieve di Vignola ci riporta a questo momento della penetrazione del cristianesimo nella montagna, ma nella sua fase più conclusiva di sistematica organizzazione, con la vivacità delle sue tradizioni popolari, così evidentemente originarie da essersi quasi inserite nel culto: così il persistente ricordo di una ara murata in un’abside della stessa pieve, e il tradizionale falò annuale che viene acceso in occasione della festa di S. Croce (14 settembre) in memoria della conversione e degli idoli gettati nel fuoco (12).
Per quanto, infatti, la pieve di S. Pancrazio non compaia ricordata in documenti anteriori ad una bolla papale del 1148, anche se si deve reputare relativamente tarda la sua comparsa o la sua efficacia spirituale, tuttavia va considerata come l’esponente cristiano di una antica istituzione legata alle caratteristiche territoriali della località. L’ipotesi già fatta che questa pieve avesse origine da uno smembramento del territorio della pieve di Urceola Saliceto poteva essere giustificata dalla considerazione dello stato attuale di essa, sperduta tra i monti, come una piccola parrocchia rurale senza storia.
Ma questa scarsa importanza anche remota di centro religioso era appunto dovuta all’essere sorta in un momento di trapassa tra l’era antica e la medioevale, quando, per cambiamenti di antichi assetti territoriali e delle comunicazioni, anche l’istituzione sulla quale si era consolidata andava perdendo , nell’isolamento, la sua attività di centro appenninico. E’ proprio questa natura antica e sorpassata del primitivo pago che spiega la mancata vitalità e l’oscura decadenza della successiva pieve.
Quanto si è detto si potrebbe ripetere a proposito di cinque delle sei pievi più volte ricordate: due di esse, infatti, quella di San Giorgio e l’altra di Campi, sulla destra del Taro, sono sorte e scomparse tra una grande oscurità delle loro vicende e non lasciando alla vista che qualche rovina; mentre le altre tre allineate sulla destra della Val di Magra non sono più che umili chiese di villaggi solitari, su strade diventate campestri, in silenziose campagne dove l’eco della lontana storia è rimasto appena come un murmure di conchiglia. E, p. es., quel Vico, che aveva dato il nome alla Pieve di Castevoli, che gli studiosi hanno assai penato a riconoscere, del quale non si trovano nemmeno più le rovine, era evidentemente un centro importante di un pago esteso ad un ampio territorio, che la pieve perdette per il deviamento delle comunicazioni di transito e, più tardi, anche per sopravvenire delle partizioni feudali e per il formarsi della parrocchia moderna.
Il pago dove sorse la pieve di S. Pancrazio doveva avere i caratteri di un ordinamento territoriale saltuoso, e, cioè di un complesso di selve, boschi e pasture. Lo dimostra la frequenza dei toponimi attinenti a valle (Navola, Nola), a monti (Monti, Mompero), a selva (Cervara da Silvaria) che si riferiscono evidentemente più che agli aspetti fisici del suolo, a carattere giuridici, a diritti consuetudinari, di possesso, di uso. Anche l’estensione del territorio della dorsale appenninica , fa ricordare quegli agri di confine che dividevano e insieme univano pagi e popoli, sui quali si andarono formando i demani romani e germanici; dai quali, nel caso nostro, provennero le Alpes delle concessioni imperiali al Comune pontremolese. E, infatti, nella terminologia comunale, continuano a mantenersi evidenti questi caratteri giuridici antichi. La “silva vignolensis”, i “montes Vignolae et Cervariae” le “valles” i “nemora et boscha” e altre simili denominazioni che ricorrono negli Statuta del Comune di Pontremoli, e specialmente dove sono raccolti i risultati delle revisioni dei beni comunali (sec. XIII), sembrano richiamare la gromatica della tavola di Veleia, dove si descrivono i gruppi di territori della regione montuosa di questi stessi tratti appenninici, quasi con le stesse dizioni: “saltus praedia quae iuncta qui montes appellantur”; ovvero: ” saltus praedia quae Betunias sive quo alio vocabulo sun”; oppure: “collem Muletatem cum silvis ecc. (13).
Né il feudalesimo, almeno per un certo tempo, aveva alterato questo stato di cose. Infatti, non lontano dalla pieve si trovano gli avanzi di un castello, che forse è quel castrum di Belvedere di cui fu confermata la investitura a Obizzo Malaspina , dall’Imperatore Federico, nel 1164, castello e curia ricordati nello stesso diploma, insieme con altri luoghi del territorio che ci interessa, come Zeri e Montelungo in Val di Magra, e la Valdena, Compiano, Bedonia, ecc., nella valle del Taro (14). Il castrum di Belvedere sorgeva sopra un erto colle, detto la Bardera, tra i torrenti Pilacca e Betinia , in faccia al colle della Pieve. I confini della curia di Belvedere dovevano coincidere con quelli del territorio plebano, come avvenne in seguito per la circoscrizione della curia del castrum Grondulae.