LA VIA DEL BORGALLO, IL “PAGUS VIGNOLENSIS” E IL “CASTRUM GRUNDULAE”

Sulla via del Bratello esiste uno scritto di Giovanni Mariotti, riferito dallo Sforza in un saggio Sulle strade del Bratello e della Cisa, il quale, anche se destinato a un giornale politico con intenti pratici, è senza dubbio il più acuto e realistico e meno libresco dei non molti pubblicati sull’argomento. Nell’indagine lo soccorse non solo la sua larga e solida informazione storica, ma anche il suo esperto interesse di archeologo, e gli giovò la conoscenza dei luoghi dovuta alla sua passione di turista e di alpinista. “Il valico del Bratello (egli scrive) è il più depresso e il più comodo tra quanti se ne aprono dal Parmigiano alla Lunigiana attraverso la catena principale dell’Appennino. In questo punto infatti la giogaia del monte si abbassa fra le due vallate del Verde e del Tarodine sino a 951 m.s.l.m. Un valico così non poteva a meno di essere attraversato da una via sin dai tempi antichi, e infatti non mancano ivi i ricordi e i monumenti di una antica via romana , che appunto dal valico del Bratello tendeva a Luni, Velleia, Piacenza”. Anzi, giustamente commenta lo Sforza, conviene credere che la via del Bratello sia anteriore all’altra della Cisa, perché appunto da quel valico, toccando Velleia, s’andava a far capo a Piacenza, dedotta a colonia sino dall’anno 218 a.C., la quale con Cremona, quattro anni dopo la fine della guerra gallica, fu una delle prime colonie latine dedotte nella Cisalpina. Ma anche al Mariotti, come allo Sforza e ad altri precedenti scrittori, avvenne di confondere la via del Bratello con la via del Borgallo: in tal modo gli sfuggì la completa individuazione della via romana della quale aveva avuto una così sicura intuizione. Come si è visto, la via del Bratello è una via medioevale subordinata alle condizioni del periodo comunale, e connessa col sistema Grondola-Pontremoli: la via romana, tra Luni e Piacenza, che si doveva svolgere sulla destra del Verde e della Magra dove esistono testimonianze di istituzioni antiche e altomedioevali, preromane, romane e cristiane, anteriori a Pontremoli, trovava il valico più comodo sul fianco occidentale del Borgallo. Né la determinazione dell’andamento di una comunicazione è sempre conseguenza della minore elevazione di un valico. Senza dubbio, osserva il Mariotti, un valico così basso come quello del Bratello deve essere stato attraversato da una via sino dai tempi più antichi, ma sul tracciato di una comunicazione di transito nelle condizioni naturali della viabilità, necessariamente da pedoni e da somieri, la preoccupazione della direzione doveva prevalere sulle altre, e la convenienza della direzione era condizionata da situazioni variabili nel tempo con la geografia storica regionale (23).

Il passo del Bratello, anche nei tempi antichi, non poteva certo rimanere escluso dal sistema delle comunicazioni regolate dalla via del Borgallo, ma ciò avveniva sussidiariamente. La via serviva ai bisogni del traffico attinente alle parti più occidentali della regione padana: ma per quello connesso alla media valle del Taro era certo preferibile il più vicino passo del Bratello. Da questo, una via costeggiante il lato destro della Verdesina, tributaria del Verde, serviva di collegamento con quella del Borgallo. Più tardi avvenne il caso inverso: il valico del Borgallo si fece sussidiario a quello del Bratello: l’antica via del Borgallo si innestava a a Guinadi con quella del Bratello-Pontremoli.

Non bisogna dimenticare, nel rilevare gli spostamenti di queste comunicazioni appenniniche, che essi rispondevano ai caratteri di virtualità della viabilità naturale, poiché, in questi casi, la qualificazione di vie romane non ha che un valore cronologico, perché esse non erano consolari o pretorie, nel complesso del grande ordinamento statale romano, mancando di ciò, specie nel versante meridionale dell’Appennino, ricordi ed avanzi e qualunque genere di traccia: vanno perciò riconosciute come vie locali e regionali, adattamenti di itinerari esistenti dalle epoche più remote, che ebbero, nel periodo romano, funzioni sussidiarie, sia commerciali che militari, e, nel medioevo, rovinata la grande rete stradale romana, e ridotte le comunicazioni ai sistemi viari locali, acquistarono, in alcuni casi, importanza di vie “maestre” o “regie”, o “romee”.

Riassumendo si può dunque concludere che, prescindendo dalla cosiddetta “Via Regia” della “Foce dei tre confini”, la via Borgallo Vignola, in relazione alle sue relazioni con i centri antichi, preromani, romani e alto medioevali (Velleia, Piacenza, Cremona, Pavia, Bobbio, nella valle del Po occidentale, e, con la regione marittima lunense (“Portus Lunae” e “Luna” ) e l’Italia centrale (Luca e Pisae), corrisponde, nei limiti storici di questa sua funzione, alla fase antica, nella storia delle comunicazioni del tratto appenninico settentrionale compreso tra il Gottaro e l’Orsaro. L’allineamento, nel tratto del territorio più strettamente appenninico, delle sei pievi ricordate è l’indicazione più esplicita di questo suo carattere, perché in esse non va cercato solamente il ricordo dei primitivi ordinamenti cristiani rurali, ma tenendo conto del modo come sono sorte queste istituzioni ecclesiastiche, le testimonianze di più antiche e anche arcaiche istituzioni e dei loro confini e delle loro distribuzioni intorno a centri dell’alta Valle di Taro e del lato destro occidentale della Val di Magra, decaduti o scomparsi con lo spostamento delle correnti dei traffici e degli assestamenti demografici. La oscurità che ha avvolto le vicende della via del Borgallo e dei territori ad essi connessi proviene appunto dal loro risalire ad una fase dell’ età antica ormai superata e chiusa, per la quale, rispetto a quei territori, è mancato il richiamo di interessi e bisogni della vita pratica che ne abbiano tenuto attivo anche l’interesse storico.

Ciò spiega perché dagli storici regionali sia stata confusa, dove pure aveva lasciato ricordi e tracce preistoriche o romane, con la via del Bratello Grondola, la quale più che genericamente al medioevo va riferita alle condizioni speciali ed alle particolari esigenze di un momento di esso, il periodo comunale, come dimostrano le vicende rievocate. Al contrario, la ricca letteratura formatasi intorno alle vicende della via di Monte Bardone Cisa è appunto dovuta all’interesse pratico sempre presente e sempre crescente, che, da oltre 12 secoli, preme intorno a questa via, da quando, cioè, essa si affaccia alla storia nella sua funzione di comunicazione di transito.

Ed è questa, per le ragioni delle sue origini, e per le caratteristiche della sua formazione, e in questi suoi limiti storici, la comunicazione di fase propriamente medioevale, apertasi, quasi al centro del bacino dell’Alta Magra e del medio Taro, nel descritto arco dell’Appennino tra Gottaro e Orsaro. Le ragioni della sua comparsa furono determinate dalle condizioni politiche, militari economiche e religiose, createsi dell’Italia superiore dopo la conquista longobarda e le guerre con i bizantini.

Interventi di re longobardi e di Monasteri di ogni parte d’Italia, con mire ad interessi di varia e larga portata, furono diretti a rendere stabile un tracciato, sottratto ad interessi strettamente locali, per dare alla comunicazione carattere di transito, così da raccogliere il traffico dell’occidente e del settentrione padano ed europeo in relazione ai territori longobardi dell’Italia centrale e al centro religioso di Roma. Il tracciato si andò in tal modo fissando, come via di vetta, a settentrione della Cisa, sul montuoso fianco destro della valle del Taro, e, a mezzogiorno, ai piedi delle erte propaggini del valico, come via di fondo valle, sulla riva sinistra del Magra, con lenta vicenda prevalendo e precludendo l’attività delle comunicazioni dipendenti dagli altri valichi. Caratteristica via medioevale, nei contrasti della composizione dei suoi elementi generali e particolari, il suolo di essa rimasto alle cure dei deboli e disorganici poteri locali, mantenne, in gran parte, i suoi primitivi aspetti sino all’età moderna avanzata: la sua capacità di traffico, solo da allora, con una progressiva riforma della sua struttura fisica, poté essere adattata alle esigenze, non ancora del tutto soddisfatte, di una via moderna di grande comunicazione (24).

Nel fondo della Val di Magra, dove la Romea si consolidò e si svolse, la prima testimonianza di vita antica si incontra a Filattiera dove le pittoresche rovine della sua Pieve , che stendeva i confini della sua vasta circoscrizione sulle due rive del fiume, conservano la testimonianza di un importante centro di sosta rispetto ai monti che il medioevo, con la creazione di Pontremoli, aveva avvicinato al valico della Cisa.

Dalla parte opposta dell’Appennino, per trovare una pieve e, quindi, tracce di assetti di vita antica, occorre giungere a Bardone e a Fornovo, all’uscita della valle del Taro, in posizione specialmente la seconda, ambivalente per le due direzioni di traffico tra settentrione e mezzogiorno, o tra levante e ponente (25).

Tra questi avanzi dell’antichità, risalta caratteristicamente il tracciato della romea di Monte Bardone Cisa, indicato da una linea di monasteri, elementi della civiltà medioevale che ne determinarono il corso sia come organi di espansione religiosa, sia come istituzioni di attività sociale, quali per ricordare i più importanti, l’Abbazia di Berceto, fondata da re Liutprando; l’Abbazia di San Salvatore e di San Benedetto di Leno (preso Brescia), fondazione del re Desiderio, la quale ebbe diritti di pedaggio sulla via, e vi teneva l’Ospedale di San Benedetto di Montelungo, la chiesa di San Giorgio di Pontremoli, e, forse, la chiesa di S. Cristina e di S. Salvatore, antico e importante nucleo di popolazione; la chiesa di S. Alessandro e Nicolò, dipendenza dell’Abbazia di S. Caprasio dell’ Aulla, intorno alla quale sorse la parrocchia del primo raggruppamento burgense di Pontremoli; l’antico Monastero di S. Giovanni di Pontremoli (dipendenza del S: Giovanni di Parma?) che dette origine alla parrocchia di una importante vicinia centrale del borgo; la Prioria di S. Pietro dipendenza dell’Abbazia di Brugnato, poi Vescovato, centro di una importante vicinia inserita poi nella parte inferiore del borgo, e di una tenuta di case e terreni, estesa in un largo raggio del territorio comunale : in fine, la Prioria benedettina di S. Giustina, a mezzogiorno di Pontremoli, nei presi della Lama di S: Pellegrino, nel ricordato tratto pericoloso della romea, dipendenza, si ritiene, del Monastero di S. Giovanni Evangelista di Parma, probabile fondazione degli Attoni.

Manfredo Giuliani – in “Archivio Storico per le Province Parmensi”, Quarta serie, VI (1954) pp. 51-77