Le ragioni del profondo sconvolgimento degli ordinamenti antichi del territorio vanno cercati nei turbinosi avvenimenti del periodo comunale. Cotesti avvenimenti si inserirono, accelerandolo, nel processo di una lenta trasformazione della demografia locale, proceduto dalla fine dell’età antica e continuato sino allo scorcio del medioevo. In questo periodo, in seguito alla scomparsa di Velleia, si era determinato, sia rispetto alla montagna piacentina e parmense, sia rispetto alla Val di Magra., un movimento, per così dire, di raddrizzamento degli assetti territoriali rispetto ai centri cittadini, dalla direzione trasversale a quella longitudinale delle valli, con tendenza di Parma a sostituirsi a Piacenza nel dominio dell’alta valle del Taro. Nel versante meridionale della stessa montagna, e, cioè, nella Val di Magra, lo stesso movimento andava spostando l’andamento delle comunicazioni da ponente a levante, unificandole sul fondo valle.
Queste trasformazioni territoriali furono la conseguenza della battaglia antifeudale che, consolidate le nuove istituzioni cittadine, si estendeva alla liberazione del territorio. Protagonisti di questa violenta lunga e tenace guerra furono le città di Piacenza e di Parma, da una parte dell’Appennino; e, dall’altra, il piccolo, ma vigoroso Comune pontremolese, antifeudale: per dare respiro ai loro territori e per aprirsi i valichi meridionali ai liberi traffici verso il mare e l’Italia centrale, le prime; per uscire dalle angustie della primitiva curia immunitaria, il secondo, e rompere l’assedio Malaspiniano, e per avere via libera alle città lombarde e al mercato marittimo di Genova (15). Sui monti stavano i Malaspina , ultimi degli Obertenghi, rimasti sulle antiche sedi appenniniche, fedeli alla legge longobarda, tenaci difensori della potenza dei castelli, dei diritti feudali, dei pedaggi, ultime resistenze della conquista.
Come il prevalere delle attività della via di Montebardone per la Cisa e il conseguente crescere della importanza militare e politica di Pontremoli avevano determinato lo spostamento al facile varco del Bratello, così anche il centro militare di Belvedere venne a spostarsi sullo scosceso fianco sinistro della valle, sui colli di Grondola, forte posizione che dominava i due valichi e lo stesso oppidum di Pontremoli. Grondola non è nominata nel citato diploma di Federico tra i luoghi confermati nella investitura di Obizzo: forse aveva allora minore importanza ed era nella mani di vassalli come altre forti posizioni dei Malaspina nella valle del Taro, infeudate agli Ena e agli Oldeberti. Il nuovo stato di cose aveva reso importante quella posizione che si inseriva tra i due valichi. Da Pontremoli, infatti, si poteva andare a Grondola, e di qui procedere per il Bratello, ovvero continuare per il Giogallo e la Pelata, o, anche, scendere a Succisa per Montelungo, e raggiungere, dall’una o dall’altra parte, il passo della Cisa. Appunto come nodo vitale delle comunicazioni era assai strettamente collegata a Pontremoli, tanto che in uno dei tanti trattati di pace tra Malaspina, Piacentini, Parmigiani e Pontremolesi, quello del 1191, si trovano ricordate, e, in quella circostanza riconosciute e ristabilite, le consuetudines che i pontremolesi avevano da tempo a Grondola (16). I Malaspina avevano fatto di questo punto strategico un caposaldo della difesa contro l’espansione dei Comuni e un potente strumento di dominio dei valichi appenninici e delle vie connessevi. Per comprendere bene l’importanza del castrum non bisogna considerare solamente il castello del quale rimangono le ultime rovine, che sorgeva sul poggio, aguzzato dalla erosione, quasi a picco sulla stretta gola del Verde. Grondola era invece una ampia fortezza che si allargava dal Verde verso la Magra, dominando non solo i valichi e le vie del Verde, ma anche il valico e la via di Montebardone. Di questo genere erano infatti i castelli medioevali montani di importanza militare, nei quali la forza del castrum centrale era completata da tutte le fortificazioni del territorio, cioè turres, cimae, fortitudines, steccati, fossati, argini ecc., di tutto quanto insomma, nel territorio, poteva acquistare valore e capacità di offesa e di difesa, e, difatti, quando, nel 1195, i Malaspina, fiaccata la loro resistenza, furono costretti a vendere Grondola ai piacentini, rifacendosene poi infeudare e, in tal modo, divenendo vassalli del Comune, dovettero dichiarare di cedere “nominative de podio Grondule et omnibus aliis podiis quae sunt in tota curia Grondule; ita quod nec illud podium, neque aliud, nec aliquod possit eddificari neque levari in tota curia Grondule” (17).
E si può giudicare della raggiunta importanza del campo d’azione della fortezza osservandone i confini giurisdizionali i quali si trovano descritti, col “territorio pertinenciis et curia”, nel citato privilegio di Federico II, del 1245. Era una vasta circoscrizione che includeva tutte le alte valli del Verde e della Magriola, dominando dallo spartiacque le vallecole della riva destra del Taro, i valichi e le vie del Borgallo e del Bratello, e le vie e il passo della Cisa con Montelungo e, più a oriente, con Gravagna, dove si vedono tuttora i ruderi di un fortilizio.
Ma questa creazione militare dei vecchi dominatori dell’Appennino contro i Piacentini, Parmigiani e Pontremolesi, divenne poi, nella vicenda degli eventi, di offesa di feutari, vassalli e parmigiani contro piacentini e pontremolesi; quindi, di parmigiani, pontremolesi e vassalli contro Piacentini e Malaspina. In questa vicenda, per buona parte del sec. XIII, risulta decisa e vigorosa l’azione di Piacenza, la quale non solo occupò l’alta valle del Taro, ma, come si è visto, si impadronì anche di Grondola, assicurandosi in tal modo una posizione dominante nell’Appennino e nell’alta Val di Magra, mercé anche l’alleanza con Pontremoli, la quale, per la disparità delle forze, finiva per assomigliare ad una accomandigia (18).
Queste relazioni, prima, a lungo, amichevoli, e, quindi, altrettanto ostili tra Pontremoli e Piacenza, e cioè, come è stato osservato, tra due Comuni separati dall’Appennino, sono generalmente sembrate, agli scrittori di storia lunigianese, dovute a vicende di lotte faziose e di guerre tra città rivali estrinseche alla storia regionale. Ma a osservarle, ben circostanziate nella realtà geografica e incluse nel vitale momento del processo storico, è facile riconoscere la loro aderenza agli interessi delle due parti, la loro coerenza e la loro necessità. Per assicurare la forza d’espansione della città, i Piacentini dovevano necessariamente procurare al Comune la libertà del territorio appenninico sottraendo alle signorie feudali l’alta valle del Taro per aprirsi la via al mare e all’Italia centrale. Alla battaglia antifeudale giovava l’alleanza con i pontremolesi per circondare ed espugnare Grondola che dava ai Malaspina il dominio dei valichi appenninici. A sua volta il piccolo Comune pontremolese non poteva che appoggiarsi per convergenza di interessi a quella vigorosa potenza cittadina per fronteggiare gli stessi nemici feudali, i quali non solo da Grondola, ma dai loro domini di Val di Magra tentavano di serrare e isolare il suo angusto territorio.
Il raccogliersi e fortificarsi dei Malaspina tra i monti della Lunigiana, respinti dai baluardi appenninici dalle forze cittadine della valle del Po e del Genovesato, aveva creato un pericolo mortale per il piccolo Comune pontremolese. Nel processo di disgregamento del gentilizio Obertengo, il governo dei vicedomini et vassalli aveva favorito un movimento di affrancamenti e di autonomie che, in questa parte più settentrionale della Val di Magra, sul rovescio del fianco sudoccidentale della val padana aperto, da facili foci, alle immediate relazioni con le città della Lombardia, aveva stimolato quel centro attivo di libera vita economica e civile che aveva dato origine al Comune di Pontremoli.
Con i Malaspina si era appunto presentata minacciosa e stringente la controffensiva della restaurazione feudale. Il piccolo Comune si era difeso, a settentrione, entrando nell’orbita delle alleanze delle città lombarde, le quali erano anche intervenute per mettere pace tra piacentini, pontremolesi e parmigiani in contrasto per la contesa dei valichi, a mezzogiorno, cercando solidarietà e alleanza col Vescovo di Luni, esso pure minacciato dai Malaspina nei suoi domini temporali, e col Comune di Lucca, forte centro antifeudale e lontano sbocco delle vie connesse ai valichi appenninici (19)
Si è visto quale importanza abbia avuto per Pontremoli, nello sforzo delle difesa della sua libertà, la stretta e lunga alleanza con Piacenza. La caduta di Grondola in mano ai piacentini doveva separare gli interessi dei due Comuni. Crollata la potenza malaspiniana sull’alto Appennino settentrionale, dalla Val Staffora alla Val di Taro, e, dopo la perdita di Pietra Corva e, quindi, di Grondola, Alberto e Corrado fatti cittadini e vassalli di Piacenza, la politica dei piacentini doveva necessariamente prendere un diverso indirizzo. Pontremoli non era che un piccolo centro nell’alta Val di Magra ormai inutile per l’opera di espansione del Comune piacentino: i Malaspina, ormai cittadini e vassalli, non erano più pericolosi nell’Appennino, ma, anzi, come signori ancora potenti nel resto della Val di Magra e padroni, quindi, delle comunicazioni sul lato destro di essa, assicuravano alla città padana la via al golfo lunense, a Luni e a Lucca. Inoltre, Piacenza volle assicurarsi il pieno dominio del traffico appenninico, intercettandolo ai rivali parmigiani: infatti, come ricorda un cronista piacentino, Codagnello, nel 1199, e, cioè, quattro anni dopo l’acquisto di Grondola, “strata romea [o della Cisa] mutata fuit perb Valdetarium” (20).
Allontanati i Malaspina, fu appunto questa la vicenda della rivalità tra Piacenza e Parma per il dominio dei valichi: secondo la prevalenza dell’una o dell’altra di queste due città, il traffico delle vie appenniniche veniva convogliato per la strada di Montebardone Cisa, se predominava Parma, e, come si è visto, veniva “mutata per Valdetarium” (Borgallo o Bratello) , se si avvantaggiava Piacenza.
Queste interruzioni e alternative di traffici erano causa di gravi danni alla economia commerciale di Pontremoli, ed era, dunque, una necessità vitale per il Comune che, pur tra tanti altri pericoli di fazioni e di potenti che minacciavano la sua libertà, dirigesse tutti i suoi sforzi a ristabilire la sicurezza delle comunicazioni con accorgimenti di alleanze e con la forza delle armi. Piacenza era diventata aperta nemica e, insieme con i Malaspina, aveva portato la guerra e la devastazione nel territorio pontremolese. Il Comune, sebbene di antica e ferma tradizione guelfa, si indusse allora a cercare la protezione di Federico II, il quale, per la violenta “briga” a dirla con Dante, che aveva nell’Italia superiore, costretto per le ragioni della guerra a percorrere la via di Monte Bardone, si era fermato varie volte a Pontremoli: l’Imperatore accolse volentieri la domanda per farsi amica una terra fortificata in una posizione militarmente importante, e nel farlo, ne confermò e ampliò gli antichi privilegi. Ma quando, nel 1241, i pontremolesi, di sorpresa, si impadronirono di Grondola, dovettero pagare cara la loro audacia, perché, in seguito alle proteste dei parmigiani, L’Imperatore ordinò, per castigo, la distruzione delle porte e delle torri del loro stesso borgo. Più fortunati i loro avversari i quali, quattro anni dopo, in compenso dei servigi che avevano allora, prevalsa la parte ghibellina, potuto rendere alla causa imperiale, ebbero il dono, perpetuo, del castello di Grondola e dell’ampio distretto descritto nel già citato documento.
Malgrado ciò i pontremolesi si mantennero fedeli a Federico, anche quando Parma e alcuni Malaspina gli si voltarono contro. Avendo essi prestato al re Enzo il loro aiuto per la espugnazione di Berceto, sperarono col consenso suo non solo di aver modo di ricostruire le porte e le torri abbattute della loro terra, ma, anche, di riprendere Grondola e di poterla, finalmente, avere in sicuro possesso: vana fu però quest’ultima speranza, perché l’Imperatore, se annullò la donazione fatta ai parmigiani, con decreto del 1248 revocò Grondola alla Camera imperiale “ad nostram et imperii cameram”, chiara dimostrazione della importanza militare di quel territorio che, specialmente allora, ebbe veramente il valore di “clavis” e di “porta” dei valichi appenninici tra l’Italia superiore e l’Italia centrale (21).
Scomparsi Federico e i suoi successori, cadute le fortune della parte ghibellina, Pontremoli era tornato ad avvicinarsi alle città guelfe. Verso l’ultimo quarto del secolo, mediante la “Società dei Crociati”, fazione popolaresca di acceso guelfismo sorta a Parma contro i nobili, e propagatasi sino a Pontremoli, i due Comuni, dimenticate le precedenti inimicizie, giunsero ad avvicinamenti ed intese che si conclusero con una alleanza, nella quale l’esausto Comune pontremolese sperava di trovare aiuto e difesa contro le discordie intestine e i pericoli esterni. Tra i capitoli del lungo trattato di alleanza, steso nel 1271, ne fu inserito uno che concerneva il ristabilimento della via di Monte Bardone. E’ interessante, per la nostra indagine, riferirne il testo: “Item, quod procuretur ed fiat per Comune Parme et Comune Pontremoli, quod strata pisana, lucana, et parmensis reducator et vadat per Monbardum et Pontremulum”. Era questa, del resto, la norma dei parmigiani, come si è visto, di riportare la comunicazione del Taro alla Cisa, quando potevano farsi padroni della situazione militare locale. Ma è, invece, di notevole importanza la clausola con la quale si fissano, le norme per l’integrale ristabilimento della contrastata via, poiché tali norme sembrano contenere accenni utili per chiarire il problema delle antiche comunicazioni dell’Appennino parmense. Infatti pare chiaro che con le citate disposizioni si intenda ordinare di riportare alla Cisa non una ma due comunicazioni, perchè il tracciato di una via pisana, lucchese e parmigiana non poteva essere lo stesso di quello della via che passava per la Val di Taro. Vi era dunque, deviato dalla romea, oltre che il traffico della via del Taro per Piacenza, anche quello di una parmense lucana da “reducere” facendo sì che anche questa venisse a passare per la Cisa e per Pontremoli, dove evidentemente non passava. Quale era dunque questa via Parma-Lucca che il Comune parmense apriva quando, come nei casi ricordati, gli veniva chiuso il passo Cisa-Pontremoli? E’ il vecchio problema della via antica Parma-Lucca.
Nel 1271, per rendere più sicuro il dominio della via di Monte Bardone, i parmigiani d’accordo con i Pontremolesi ricostruirono il castello di Grondola, e, due anni dopo, vi fabbricarono, evidentemente contro i piacentini, una torre, che è forse quella della quale si vedono ancora gli avanzi (22). E’ questa, nel suo tipico aspetto medioevale comunale, una delle ultime vicende della alternativa delle comunicazioni appenniniche rispetto ai valichi dominati da Grondola: le ultime battaglie tra Bratello e Cisa possono sembrare faziose e arbitrarie se non si collegano alle formazioni dei territori comunali e agli interventi, come quello di Federico II, di poteri politici più vasti e più forti e tali da sostituirsi alle città nel dominio, diretto o indiretto, delle grandi vie.