DALLA CASTAGNA, IL PANE DI LUNIGIANA

La Castagna: per i doi terzi il pan de Lunixana. Così Giovanni Antonio da Faje, lo speziale e cronista lunigianese nato a Malgrate agli inizi del Quattrocento, definiva il prodotto tipico della nostra terra che, per secoli, sfamò le nostre popolazioni. Le “castagnate” (o sagre delle castagne) che durante l’autunno animano la vita di tanti borghi della Lunigiana, richiamano alla memoria e ripropongono (soprattutto sotto il profilo folclorico e gastronomico) spaccati di vita di un mondo ormai scomparso del quale oggi è oltremodo difficile cogliere il senso e l’importanza. La “cultura del castagno” rappresentò infatti, per la Lunigiana, l’asse portante attorno al quale ruotarono l’economia, le abitudini e le forme di vita di intere generazioni, a partire da tempi ormai lontani e, presumibilmente, da quando la pianta, importata dall’Oriente e addomesticata, divenne oggetto di processi di antropizzazione. Dal punto di vista alimentare le castagne, dunque, furono alla base dell’alimentazione contadina fino a tempi a noi relativamente vicini (anni Cinquanta del secolo scorso) e, data la scarsità di grano ed anche dei cereali minori (orzo, segala, farro, spelta, ecc..) rappresentarono il “pane quotidiano” presente sulle mense di tante famiglie, dando vita ad una gamma assai vasta di piatti (pattone, castagnacci, polenta, minestre, frittelle, lasagne, armelete, focacce mes ‘ce, ecc). Nel periodo della raccolta (ottobre-novembre) le castagne si consumavano fresche bollite con la buccia (baléti) o mondate (borghi) in acqua aromatizzata con foglie di alloro. Le castagne fresche erano anche arrostite sulla fiamma del focolare nella padella forata (mondine), ma la maggior parte veniva essiccata nella grada per ottenere i gusson da portare al mulino per ricavarne farina dolce. Ma sarebbe oltremodo riduttivo considerare la “cultura del castagno” soltanto sotto il profilo alimentare ed economico, poiché, per la Lunigiana, soprattutto per quella collinare e montana, essa ha rappresentato molto di più. La Val di Magra, all’estremo nord della Toscana, la regione che fino a qualche decennio fa deteneva con la Calabria il primato nella produzione nazionale delle castagne, e con la superficie ricoperta da oltre 2/3 dai castagneti, ha offerto, anche sotto il profilo sociale e antropologico, assai interessanti spunti di riflessione. Non è possibile non accennare, seppur di sfuggita, alle suggestioni esercitate dalle sagre e dalle fiere (S. Genesio, S. Rocco, S. Quilico, S. Terenzio ecc..) che si svolgevano e che si svolgono nei castagneti e che rappresentavano occasioni di incontri, di scambi, di commerci, di culto e di preghiera per tutta la popolazione della vallata. E come non accennare, ancora, ai detti, ai proverbi, alle leggende intessute tra l’eterno conflitto tra il bene ed il male (le spine del riccio sono un dispetto del diavolo e la croce che lo dischiude è segno della bontà del Signore); ai bambini “trovati” nel cavo del castagno, alle apparizioni miracolose (la Madonna in Gaggio a Podenzana), alla gara dei campanari nel giorno del Sabato Santo per propiziare ai rispettivi paesi una buona raccolta di castagne e ai fuochi propiziatori accesi nel pontremolese fino a qualche decennio fa per scongiurare il periodo della siccità e delle tempeste. Sembra di notare, in questo, il perpetuarsi di antichi riti  e di antiche pratiche propiziatorie connesse  al culto  e alla sacralità delle selve.

Ma anche l’ambiente edificato della Lunigiana ha risentito fortemente dell’ intimo rapporto con il castagneto. Lo attestano le ubicazioni di alcuni villaggi montani, le strutture stesse dei casolari, l’utilizzazione temporanea di “casoni”, la casa stessa, spesso costruita con l’essiccatoio (grada) incorporato che fungeva anche da cucina-ma che rappresentava, soprattutto, il centro della vita familiare e il luogo di ritrovo per le lunghe “veglie” nelle serate invernali. Un capitolo a parte dovrebbe essere dedicato all’incidenza che la “cultura del castagno” ebbe ad esercitare nella società lunigianese anche sotto il profilo sociale e del diritto consuetudinario. La “castagnatura”, cioè il periodo compreso tra ottobre e novembre durante il quale avveniva la raccolta, scandiva un momento importante nella vita di tutte le popolazioni del comprensorio. Gli emigranti stagionali facevano coincidere il loro rientro dalla Maremma, dalla Corsica e dalla Bresciana con il periodo della castagnatura; le ragazze che erano “per serva” nelle case dei signori rientravano in famiglia e dalla montagna parmense e reggiana si ingaggiavano le “castagnadore” che, per tutta la durata della raccolta, trovavano ospitalità presso le famiglie che le avevano temporaneamente assunte. Il prete, dall’altare, annunciava l’inizio della raccolta e, da quel momento, i castagneti venivano  “banditi” e gli animali non vi potevano più pascolare. La raccolta avveniva in tre “passate” a distanza di pochi giorni l’una dall’ altra. Dopo la terza passata aveva inizio la “raspadura” e tutti, indistintamente, potevano recarsi nei castagneti a raccogliere le castagne tardive o sfuggite all’occhio vigile delle “castagnadore”.

Per San Martino (11 novembre) i castagneti venivano comunque liberalizzati e tutti vi potevano accedere. Per San Martin martela, chi a n ‘ha ruspà, ruspela, diceva il proverbio. Ma, al di là degli innegabili influssi della “civiltà della castagna” influssi che formarono e condizionarono per lungo tempo la società lunigianese sotto diversi profili (alimentare, economico, sociale, folclorico, ecc..) non possono non essere considerati i riflessi, che furono assai forti, anche sotto l’aspetto psicologico. Possedere un castagneto significava avere la certezza della sopravvivenza, ed era per questo motivo che, in caso di necessità, era l’ultimo bene ad essere alienato. Si racconta che molto tempo fa, i maggiorenti dei paesi della Lunigiana soggetti alla Toscana (Fivizzano, Bagnone, Castiglione, Comano, Casola, ecc..) furono convocati a Firenze dal Granduca che voleva convincerli a trasformare i castagneti in altre colture più redditizie. “Così finalmente finirete di patire la fame ” disse il Granduca. Al che i maggiorenti risposero: “E vero, Altezza, abbiamo patito la fame, ma grazie alla castagna, in Lunigiana non è mai morto nessuno“.

Germano Cavalli, Il Corriere Apuano, 15.12.2007

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